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Antonacchio(Cisl):”Sanita’ campana ancora in prognosi riservata”

in UNISA

​​”I primi atti del Commissario ad Acta per l’attuazione del Piano di rientro dai disavanzi del SSR campano lasciano perplessi e confermano che la sanità campana è malata e la prognosi continua ad essere riservata soprattutto perché, contro ogni evidenza, l’unica medicina resta il taglio della spesa.

​Se a circa 10 anni dall’avvio della procedura di commissariamento del settore sanitario in Campania la sanità campana continua ad essere commissariata, un dubbio sull’efficacia dell’azione dei commissari dovrebbe essere sollevato.

​Si ricorda all’attuale Commissario che il Servizio sanitario italiano è tra i meno costosi d’Europa e quello campano è tra i meno costosi d’Italia – vedi spesa pro capite per regione; l’accesso ai servizi territoriali sanitari e sociosanitari avviene attraverso un processo autorizzativo che è nella responsabilità delle Aziende Sanitarie e non coinvolge il privato accreditato; il problema di fondo è che la Campania è sotto finanziata se si considera che, nel dettaglio:

– l’italiano medio riceve circa 12-13 prestazioni/anno a carico del SSN;
– il cittadino medio dell’Emilia Romagna ne riceve 15-16
– il cittadino medio della Campania sta fra 9 e 10

e pertanto se proprio vogliamo parlare di sprechi, dove è più facile che un cittadino riceva qualche analisi che non serve: dove ne ha 10 all’anno, o dove ne ha 16, cioè il 60% in più?

​Nel dettaglio:
➢ la spesa per la macroarea della riabilitazione, in controtendenza con le indicazioni del Piano Sanitario Nazionale, è progressivamente e costantemente diminuita, negli ultimi anni, in valore assoluto e in percentuale rispetto alla spesa sanitaria regionale;
➢ la qualità percepita dei servizi è in caduta libera mentre le liste d’attesa si allungano;
➢ la mobilità delle cure interregionali ha un saldo negativo e le indicazione dei decreti emanati contrasta con quanto sancito nel Decreto a firma Caldoro in quanto Commissario ad Acta n°47 del 25.05.2015 che recepisce l’accordo Regione – AIOP – Confindustria che al punto 2 recita che al fine di “limitare la mobilità passiva” le prestazioni rese a cittadini non residenti saranno considerate “oltre il limite di spesa” ovvero fuori tetto.

​E i quaderni delle lamentele (cahiers de doléances) potrebbero continuare.

​I decreti commissariali 8 e 12 appena emanati ripropongono precedenti provvedimenti già oggetto di ricorsi amministrativi e contestati sia dai cittadini che dagli operatori del settore.

​Il Commissario ad Acta per l’attuazione del Piano di rientro dai disavanzi del SSR campano, emanando la circolare 403 del 2 febbraio u.s., ha dimostrato di non conoscere ancora approfonditamente il funzionamento della rete dei servizi territoriali ma soprattutto di non avere in alcuna considerazione le aspettative dei cittadini campani.

​La previsione dell’utilizzo del tetto di spesa per ogni operatore privato su base mensile per garantire continuità nell’erogazione delle prestazioni “senza pervenire al precoce esaurimento del tetto di spesa che si è verificato negli anni scorsi”, è una contraddizione logica e strutturale.

​Certamente però è verosimile, atteso che i tetti di spesa, in genere, andavano esaurendosi verso la fine dell’anno solare, con periodizzazioni che cominciavano per alcuni settori progressivamente tra settembre e novembre.

​Infatti non sarà più come prima dal momento che, gravemente, si sancisce che i cittadini Campani non hanno diritto a quel numero di prestazioni con il rischio di avere ogni mese una interruzione delle prestazioni, all’incirca intorno al ventesimo giorno.

​Allora il cittadino dove andrà, considerando che come è avvenuto presso le aziende sanitarie pubbliche si sono soppresse attività e considerato che le strutture pubbliche già oggi non sono in grado di soddisfare le richieste, per le quali si lamenta anche un inappropriato utilizzo delle strutture in relazione alla loro mission?

​Le strutture private, dal canto loro, non saranno in condizione di programmare seriamente l’attività perché il sistema dei controlli e dei tagli di prestazioni – ad esempio quelle ritenute non appropriate – avviene con notevole ritardo , generalmente entro aprile dell’anno successivo, mentre è intuitivo che un tale sistema, comunque iniquo, richiederebbe un sistema di controlli molto efficiente e non superiore ai 30 gg. dalla fine del mese di riferimento.

​Tra i punti più censurabili è la ripartizione del budget da assegnare agli erogatori di prestazioni sanitarie in dodicesimi.

​E’ un criterio presumibilmente illegale in quanto in contrasto con tutte le fonti di legge e regolamentari: art.32 comma 8 L.449/97, art.2 comma 8 L.549/95, art.1 comma 32 L.662/96 e tutte le norme dello Stato che impongono agli erogatori pubblici e privati accreditati budget annuali coincidenti con l’esercizio finanziario.

​Non potrebbe essere diversamente in quanto gli erogatori pubblici/privati accreditati devono essere messi in condizione di poter programmare le attività nell’arco dell’esercizio finanziario, che ovviamente coincide con l’anno solare.

​Inoltre è in contrasto con il DM.70/15 che definisce la qualità dell’assistenza.(*)

​Come si possono definire per 12esimi i ricoveri ospedalieri, i posti residenziali di RSA e ex 26, tutte prestazioni ritenute dagli ospedali/aziende sanitarie e ospedaliere universitarie e privati accreditatati necessarie ed indifferibili?

​C’è bisogno di monitorare la spesa?

​La Regione ha o dovrebbe avere gli strumenti: ha da parte delle ASL i flussi informativi mensili in tutti i regimi assistenziali territoriali ed ospedalieri.

​La Regione ha istituito i Tavoli Tecnici Permanenti, e quindi dovrebbe avere tutti gli strumenti necessari per garantire la continuità assistenziale.

​Questo criterio è un grave danno che si sta perpetrando ai danni dei soliti noti: i cittadini e gli erogatori pubblici/privati accreditati.

​La nostra provincia, il territorio salernitano, corre il rischio di essere pesantemente e ulteriormente penalizzato per l’assenza di una programmazione sanitaria che tenga in debito conto la peculiarità della popolazione e i diversi bisogni espressi dal territorio.

​Nelle strutture accreditate, allo stato, sono in atto contratti di solidarietà, di mobilità e addirittura contratti di prossimità ex art. 8 DL 138/2011 convertito in legge 148/2011, e contestualmente alcuni centri sono costretti a ridimensionarsi ovvero addirittura a chiudere poiché non riescono a percepire le quote relative alle prestazioni socio assistenziali a carico degli enti locali che, per il nostro territorio, ammontano a svariati milioni di euro.

​La situazione, con i provvedimenti adottati, può solo peggiorare, anche in quanto alcuni tetti di struttura stabiliti per l’anno 2014, non hanno tenuto conto degli adeguamenti cui sono state obbligate per avere i requisiti necessari per l’accreditamento, e pertanto tali tetti di spesa sono stati calcolati in maniera grossolanamente errata, sottostimati e mai si è provveduto a correggere tale palmare errore.

​L’agro nocerino-sarnese ha caratteristiche demografiche e orografiche profondamente diverse dal Cilento e dalla Piana del Sele e richiede interventi e servizi diversi dal Vallo del Diano.

​Chi proviene dalla gestione di una Azienda Sanitaria di poco più di 200 mila abitanti e 27 comuni dovrebbe approcciarsi con maggiore umiltà ad una realtà complessa e variegata e sentire il bisogno di un confronto con tutti i portatori di interessi.

​Ma in prima e insospettabile ipotesi, bisognerebbe comprendere se un commissario di governo nominato dal Consiglio dei Ministri, ma su indicazioni del Ministero Economico Finanziario possa intervenire con decreti, non discussi con le parti sociali e con tutti portatori di interessi, che minano gravemente il diritto fondamentale alla salute sancito dalla Costituzione.

​Come infatti non potrebbe essere censurabile l’obbligo di cui al decreto 8 punto 4 laddove viene decretato “che le strutture sanitarie private che non sottoscrivano i contratti ex art. 8 quinquies per l’esercizio 2015, ovvero appongano riserve in ordine alla proposta contrattuale formulata dalla ASL competente in base alle disposizioni recate nel presente decreto – fatto salvo ovviamente il diritto di adire l’autorità giudiziaria – si intenderanno prive di contratto e, pertanto, per tali strutture cessa la remunerazione delle prestazioni sanitarie a carico del servizio sanitario pubblico e si applica la sospensione del rapporto di accreditamento, fino alla rimozione della condizione sospensiva, ai sensi dell’art. 8 – quinquies, comma 2 quinquies, del D.Lgs 502/1992 (introdotto dal comma 1 – quinquies dell’art. 79 del D.L. 112/2008, convertito nella legge n. 133/2008).

​Purtroppo è il caso di rappresentare che l’art. 8 – quinquies, comma 2 quinquies testualmente recita che “in caso di mancata stipula degli accordi di cui al presente articolo, l’accreditamento istituzionale di cui all’articolo 8-quater delle strutture e dei professionisti eroganti prestazioni per conto del Servizio Sanitario Nazionale interessati è sospeso.

​Ne deriva che l’accordo delle parti è uno dei requisiti del contratto nel nostro ordinamento giuridico.

​Ne deriva che si ha un accordo quando due o più persone manifestano reciprocamente le proprie volontà, e queste sono dirette allo stesso scopo, e nel caso in specie preliminarmente risulta necessario e indispensabile formulare e addivenire ad un accordo in quanto lo stesso è propedeutico alla successiva e definitiva stipula del contratto.

​Il Commissario ad Acta per l’attuazione del Piano di rientro dai disavanzi del SSR campano avrebbe quanto meno dovuto rappresentare le proprie volontà a tutti i portatori di interesse e soprattutto alle Associazioni di categoria che stipulano gli accordi, fare chiarezza sulle rette alla luce dei procedimenti giudiziari ancora in corso e, quanto meno, indicare i criteri con cui sono definiti i limiti di spesa e gestite le liste d’attesa, regole su cui cercare un accordo per la predisposizione dei contratti.

​Obbligare a firmare i contratti, pena la sospensione dell’accreditamento, senza un accordo sulle regole potrebbe sembrare un atteggiamento antigiuridico, non degno di una società civile.

​ Forse sarebbe stato più opportuno non partire lancia in resta contro luoghi comuni, ma comprendere che il confronto è arricchimento, e in una governance moderna, utile sarebbe stato ascoltare tutti, sia per evitare errori passati, ma soprattutto, in un momento di chiara deriva democratica, comprendere che il vero confronto è solo un utile e necessario arricchimento”.

​Il Segretario Generale
​Pietro Antonacchio

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