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Bruno Ravera lascia la presidenza dell’Ordine dei Medici e scrive una lettera indirizzata ai Giornalisti

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Bruno Ravera lascia la presidenza dell’Ordine dei Medici di Salerno e, nel salutare, scriva una lettera indirizzata ai Giornalisti. Di seguito il testo integrale.

“Cari amici,

nel momento in cui ho preso la decisione di dimettermi da Presidente dell’Ordine dei Medici desidero rivolgere un non formale saluto ai giornalisti delle varie testate salernitane e delle emittenti televisive. Ringrazio per la collaborazione fornita dando risalto alle iniziative dell’Ordine dei Medici, alcune di importanza e interesse che travalicano la nostra Regione e il nostro Paese, per assumere rilievo internazionale (ultimo esempio: le Giornate della Scuola Medica Salernitana con il Convegno sull’epigenetica).

 Ma oltre ai saluti e ringraziamenti vorrei fare alcune riflessioni che mi auguro siano condivise. Potremo eventualmente confrontarci in un incontro, presso la sede dell’Ordine o presso quella della stampa salernitana, per chiarire meglio le rispettive posizioni.

Parto da una premessa. Dateci atto che mai, dico mai, abbiamo chiesto occhio di riguardo o compiacenza o silenzio e quant’altro. E’ convinzione profonda dell’Ordine che ho avuto l’onore di presiedere per molto tempo che la stampa esercita un ruolo di fondamentale importanza in una società democratica, che tale è la nostra malgrado tante  carenze e imperfezioni. Se c’è un appunto, che ci sentiamo di fare, ma leggetelo in modo costruttivo, è che spesso ci si attarda su problemi di dettagli buoni a sollecitare una reazione emotiva dell’opinione pubblica, piuttosto che indagini approfondite, vere e proprie inchieste, sulle cause profonde del disagio che tutti avvertono, i medici prima di tutti (naturalmente è una nostra opinione). Non ho alcun timore di fare qualche esempio partendo dal più eclatante e attuale: i furbetti del cartellino. E’ ovvio che vi sia una nostra profonda deplorazione per comportamenti disdicevoli. Hanno rilievo penale? Può darsi. Compito della Magistratura è di accertarli e procedere con i rigori della legge. Ma vi domando: l’AOU di Salerno eroga prestazioni di qualità medio-alta. Non lo dico io, ma vi sono le statistiche e il crescente ricorso della popolazione che affolla, in modo che voi spesso mettete in risalto, reparti e Servizi.  E allora come si concilia il dato oggettivo di prestazioni di buon livello con la qualifica di fannulloni che coinvolge più di 800 dipendenti? Con le carenze di organici da tutti denunziate, com’è possibile garantire prestazioni adeguate con 800 fannulloni? O è vero un dato o è vero un altro. Tutti e due no, “per la contraddizion che nol consente”. Si parla di malasanità. Certo che c’è, ma credo che nessuno possa affermare che prevalga sulla qualità dell’assistenza sanitaria. Vale il detto: fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Se spesso le persone sono costrette a rimanere sulle barelle per molte ore e talora per alcuni giorni, non dipende né dal destino cinico e baro né da colpe professionali. Dipende dall’inadeguatezza delle strutture per cause a tutti note e su cui potremmo ritornare. Eppure le denunzie sono sempre rivolte agli operatori sanitari e mai a chi in effetti ne è responsabile.

Permettetemi ancora un’osservazione: è ormai un’opinione consolidata a livello scientifico e organizzativo che i casi di “malasanità” dipendono all’80% da disfunzioni organizzative. Dopo, ma solo dopo, vengono le responsabilità degli addetti ai lavori (medici e non solo) che debbono essere, ripeto evidenziate e se ricorrono gli estremi, sanzionate, perché la responsabilità penale è sempre individuale. Ma quando capita un “caso” i titoli a caratteri di scatola riportati anche sulle locandine in mostra all’esterno delle edicole, indicano il medico come responsabile, su denunzia dei familiari, che più che piangere per il congiunto deceduto si preoccupano di denunziare. Chi? Naturalmente il medico. Che la notizia debba essere data non si discute, ci mancherebbe altro, ma la responsabilità perché attribuirla al medico a priori? Eppure i dati parlano chiaro.

Ma intanto il “meschino calunniato, avvilito, calpestato (direbbe Don Basilio di Rossini) in questo caso il medico, è esposto al ludibrio e al discredito della pubblica opinione. Nel 98-99% dei casi (dati elaborati dal centro dell’Università Cattolica di Milano)  viene assolto con formula piena, con i tempi della giustizia italiana. La stampa pubblica un trafiletto ma chi se lo ricorda più. Il danno grave e spesso irreparabile è stato arrecato. Tutto questo potrebbe sembrare una difesa d’ufficio fatta da chi si sente chiamato in causa. Per fortuna mi viene in aiuto una fonte insospettabile. Uno di voi, un giornalista, che a proposito di un Primario del Cilento additato al pubblico ludibrio (io attenderei l’esito del processo) ha scritto (trascrivo senza aggiungere una virgola).

“Un caso che, nell’ottica del detto napoletano “facite ammuina”, come sempre accade è servito alla stampa per riempire paginate intere dei loro giornali, sia di carta stampata che online, e dei vari telegiornali; naturalmente nessun approfondimento della vicenda ha accompagnato le infinite colonne e i vari titoli di prima pagina, anzi a tutta pagina, con le foto del medico già condannato prima ancora delle decisioni della magistratura che, mi piace ricordare, vanno attese fino all’ultimo grado di giudizio”.

Si può obiettare: ma vi è il diritto sancito dal Codice di comportamento dei giornalisti di pubblicare a richiesta rettifiche o smentite.

A parte il fatto che come diceva un vostro autorevole collega. Mario Missiroli “la smentita è una notizia data due volte”, l’immagine è stata già oltraggiata.

Concludo. Grazie ancora una volta per la vostra ingrata fatica. Occorre lavorare e duramente, ciascuno nel proprio campo, per rafforzare uno stile di sobrietà e di rispetto, basi ineliminabili di una democrazia che, come detto all’inizio di questa lettera, talvolta mostra scarso vigore come costume e consapevolezza.

Credo, e su questo mi auguro siamo d’accordo, che medici e giornalisti in campi così diversi siano professioni a rischio, sempre su uno stretto crinale ove è facile pendere da una parte o dall’altra. Il mio augurio, credetemi leale e sincero, è che possiamo essere voi e noi degni degli alti valori che rappresentiamo, insostituibili in una società che spesso di democratico ha solo o prevalentemente il nome, e che sembra abbia smarrito il senso della sua storia.

Con stima e amicizia”.

Bruno Ravera

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